Il veganesimo rispetto al maltrattamento animale: azione e reazione

Jan 08 , 2018

Pino Maffei

Il veganesimo rispetto al maltrattamento animale: azione e reazione

Vorrei prendere in considerazione i rapporti di causa ed effetto tra diffusione dell’attivismo nell’ambito del movimento vegano e maltrattamento animale operato principalmente e diffusamente negli allevamenti intensivi. Mi chiedo se la diffusione cel movimento vegano sia conseguenza delle atrocità commesse in quei luoghi di sterminio animale.

Proviamo a fare un po’ di “ordine storico”.

Il veganesimo nacque nel novembre del 1944, quando Watson e Shrigley, già membri della Vegetarian Society organizzarono a Londra una riunione di sei "vegetariani non consumatori di latticini", in cui venne deciso di costituire una nuova società, la Vegan Society, di cui Watson stesso fu eletto presidente, e di adottare come definizione il termine vegan, dalla contrazione di vegetarian.
Ma per moltissimi anni è rimasto quiescente, e si è parlato per lo più di vegetariani, senza che per questi esistessero negozi e ristoranti specifici, se non in piccolissima percentuale, e senza che questi, i vegetariani, si organizzassero mai in movimento vero e proprio.
Ci vorranno ancora parecchi anni perché si inizi a creare un movimento antivivisezionista e contrario ad ogni tipo di sperimentazione animale.
Fino all'inizio degli anni novanta, nessun altro ordinamento giuridico occidentale, a parte un piccolo e controverso episodio nella Germania nazista del 1930, ha contemplato l'attribuzione di veri e propri diritti agli animali. 
Nel 1992, la legislazione svizzera fu modificata per riconoscere agli animali lo status di esseri anziché cose. 
Nel 2002, il parlamento tedesco votò per aggiungere le parole "e degli animali" alla clausola della costituzione che obbliga lo stato a rispettare e proteggere la dignità degli esseri umani. 
Quasi tutti gli altri paesi hanno leggi contro la crudeltà o il maltrattamento di animali, per la regolamentazione delle condizioni di allevamenti, ma senza menzione esplicita di alcuna forma di "diritto". 
In Italia la norma di riferimento è la Legge 20 luglio 2004, n. 189 in materia di “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate”. 
Altre normative specifiche sono poi via via state introdotte, come la Ordinanza del Ministero della Salute sulla tutela degli equidi nelle manifestazioni popolari.

Da parte mia, considero l’uscita di “Liberazione Animale” di Peter Singer, nel 1975, una pietra miliare nell’evoluzione del veganesimo e nella presa di coscienza, anche da parte di un gran numero di onnivori, che diventava indispensabile cambiare qualcosa. Nelle prime righe della prefazione alla edizione del 1975 leggiamo:” Questo libro tratta della tirannia che gli animali umani esercitano sugli animali non umani. Tale tirannia ha causato e continua ancor oggi a causare una quantità di dolore e di sofferenza paragonabile soltanto a quella prodotta da secoli di incontrastato dominio degli umani di pelle bianca sugli umani di pelle nera. La lotta contro tale tirannia riveste un’importanza pari a quella di tutte le altre battaglie morali o sociali combattute negli ultimi anni”.
E poi nel 2009 una nuova edizione aggiornata di “Liberazione Animale” e “Se niente importa perché mangiamo gli animali” di Foer consolidano la realtà del movimento facendo il punto su quanto poco fosse realmente cambiato negli ultimi 30 anni.
Nel 2014 l’uscita del film documentario Cowspiracy, e poi nel 2015 della sua versione ampliata e finanziata da Di Caprio, ha dato un grande contributo al movimento, facendo cambiare dieta alla maggior parte delle persone che l’hanno visto e facendoci rivedere drasticamente in modo critico la posizione della maggior parte delle ONG ambientaliste.
E’ di quest’anno, in Italia, la serie di trasmissioni di Giulia Innocenzi sul maltrattamento animale nei macelli e negli allevamenti, compresi quelli per la produzione di latte, trasmissioni che hanno scosso non poco l’opinione pubblica, smuovendo la coscienza anche degli onnivori dotati di qualche sensibilità.

E dunque, tornando alla nostra domanda iniziale, se non esistesse lo sterminio animale degli allevamenti intensivi, ci sarebbe comunque il veganesimo?

Mi sembra che l’abitudine al consumo di carne e di derivati animali sia così radicato e diffuso che difficilmente il movimento vegano avrebbe potuto raggiungere la diffusione della quale gode oggi. Difficilmente i cosiddetti “amanti degli animali”, prontissimi a mettere un cappottino al cagnetto, perché non prenda freddo, o preoccupati che il micetto abbia a disposizione i più confortevoli cuscini, avrebbero preso coscienza di quanta sofferenza comportino le loro scelte alimentari. Ma non solo, gli “animalisti” proprietari di cani e gatti alla fine sono tra i principali clienti dei macelli, che nella produzione del cibo per animali riescono a far confluire tutti gli scarti e le scorie della macellazione, ottimizzando i costi e migliorando la produttività.
Perché un cane o un gatto o un qualsiasi animale di affezione hanno più diritti di un agnellino o di un maialino, mammiferi altrettanto ed a volte ancora di più sensibili ed intelligenti?

Per concludere, penso che il veganesimo non sia una dieta, non sia una moda e nemmeno solo uno stile di vita, ma un naturale sentimento di disgusto, una reazione necessaria alle mostruosità dell’allevamento intensivo, reazione che ha portato alla nascita della coscienza vegana ed alla sua diffusione e conoscenza anche in ambito non vegano.


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